Mai come in questo momento, l’attenzione degli addetti ai lavori nel mondo politico si rivolge al tema della modifica della legge elettorale. Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza nel marasma delle formule elettorali evidenziando, per dove possibile, pregi e difetti delle singole proposte.
Sinteticamente iniziamo col dire che i sistemi si dividono in due grandi famiglie: quelli che adottano criteri proporzionali e quelli che si basano sul principio maggioritario. Accanto a questi, vi sono paesi che adottano sistemi misti. La differenza fra maggioritario e proporzionale è possibile riassumerla in questo modo: il maggioritario favorisce principalmente la governabilità, il proporzionale al contrario la rappresentatività. Al netto di eventuali meccanismi di correzione, col primo sistema la camera elettiva si comporrà di pochi partiti, col secondo invece la composizione sarà più composita, una fotografia fedele degli orientamenti degli elettori.
Un aspetto tipico del proporzionale è la possibilità che la composizione parlamentare rifletta in maniera quasi reale la situazione politica di un paese, con una significativa tutela delle minoranze. Di contro, qualora il sistema partitico si presenti riccamente frazionato, il proporzionale rifletterà questo divisione nel Parlamento e la formazione di un governo richiederà coalizioni variamente composite di più partiti, con conseguente forte instabilità. In caso di maggioranze governative risicate poi , i partiti minori aumentano il potere di ricatto condizionando i governi in misura maggiore del loro reale peso elettorale. Questo è quello che è avvenuto in Italia durante la cd “prima Repubblica”. Per questo motivo, di solito, tale sistema è accompagnato da meccanismi di correzione come le soglie di sbarramento che impediscono l’accesso al Parlamento a quelle forze partitiche che non raggiungono un risultato minimo.
Spesso è prevista la possibilità di esprimere una o più preferenze per uno o più candidati di una lista, permettendo l’elezione di quelli che abbiano ottenuto il numero maggiore di voti. Il voto di preferenza produce tuttavia effetti controversi. Se da un lato favorisce la maggiore possibilità di scelta da parte dell'elettore, dall’altro induce il singolo candidato ad una costosa campagna elettorale personale per ottenere la preferenza e, con la necessità della raccolta dei fondi, può stimolare rilevanti episodi di corruzione. La preferenza inoltre, per la possibile riconoscibilità dell’indicazione sulla schede, può contribuire a far emergere dinamiche del voto di scambio.
Nel sistema maggioritario invece vince chi raggiunge la maggioranza dei voti espressi nel collegio. Si può differenziare per il numero di candidati da eleggere. Nel maggioritario plurinominale si eleggono più candidati in un collegio vasto (nazionale o regionale) mentre nel maggioritario uninominale l’unico seggio viene assegnato al candidato che ottiene il maggior numero di voti; In questo secondo caso, vi è un’ulteriore distinzione a seconda che il seggio venga conquistato dal candidato che ottiene la maggioranza relativa (nel turno unico) o sia prevista una maggioranza assoluta (doppio turno).
Come fatto notare da Sartori, nell’uninominale a turno unico aumenta il peso ricattatorio dei partitini che nei collegi «insicuri», dove lo scarto tra i maggiori partiti è piccolo, sanno che il loro voto è decisivo. Nasce così il sistema delle «desistenze»: un partito non si presenta in tot collegi e l’altro più grande, in contraccambio, gli assicura un collegio ogni tot. Lo stesso accade con i partiti regionalisti. Un partito fortemente concentrato sul territorio come la Lega, può uscire al contrario rafforzato, ottenendo il monopolio della rappresentanza politica nelle zone in cui esso è particolarmente radicato. Con questo sistema elettorale, sono avvantaggiati i partiti che vincono di misura in molti collegi, e sono generalmente svantaggiati quelli che vincono in pochi collegi con alta maggioranza. Ha invece il pregio di aumentare il contatto e il controllo tra il cittadino elettore ed il candidato poiché la campagna elettorale si svolge in un piccolo collegio e comporta un notevole risparmio di risorse per il candidato stesso e per la politica in generale.
Con il sistema uninominale a doppio turno, si ricorre ad una seconda votazione se nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta al primo turno. In Francia al secondo turno, si eliminano dalla contesa solamente i candidati che non abbiano raggiunto una determinata soglia, consentendo quindi l'eleggibilità nella seconda tornata anche a maggioranza relativa. Il sistema a doppio turno incoraggia l’elettore a esprimere un voto sincero al primo turno, mentre comporta la tendenza al voto strategico nella seconda tornata quando il partito scelto al primo turno non è passato al successivo. Si assiste però spesso allo spiacevole fenomeno per cui i partiti di centro che sono rimasti fuori dalla competizione a due, offrono la loro “collaborazione” a quello tra i due schieramenti che possa offrire maggiori vantaggi dando luogo a complesse ed estenuanti trattative.
Stay tuned.

Complimenti, la tua preparazione su i vari sistemi elettorali è notevole :confesso la mia totale ignoranza e poca chiarezza nonostante sia un vita che vado a votare.Certo questa affermazione non depone a mio favore ma va bene così
RispondiEliminaQuello dei meccanismi elettorali è un tema che mi ha sempre interessato. Un sistema che va bene in un Paese non si adatta ad un altro, non c'è nulla di scontato soprattutto per le infinite peculiarità del nostro sistema politico-partitico che lo rendono davvero sui generis rispetto a quello della maggioranza dei paesi occidentali.
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